JACOPO CORSO CRESTI

VIAGGIO STUDIO 2004

                                     

Un giorno con lo squalo

 "Capita che per la passione di studiare gli squali, parti in un tramonto europeo e ti svegli in un'alba africana"

Torrioni di nuvole che sovrastano l'immenso cielo africano, accolgono l'aereo mentre atterra a Città del Capo. Con le spalle protette dalla vasta table moutain la città si stira lungo la baia a forma di mezzaluna.

Sono uno dei fortunati che partecipano alla missione scientifica sullo squalo bianco, organizzata dal dottor Primo Micarelli, direttore dell'acquario dell'Argentario. Oltre al sottoscritto, che è veterinario, il gruppo è costituito da biologi e appassionati di questi animali.

La nostra meta è Gasbaai, un piccolo villaggio di pescatori a circa cento chilometri da Città del Capo, importante centro di pesca dell'abalone - un grosso mollusco marino simile all'ostrica, molto ricercato sul mercato asiatico - ma soprattutto ambiente rinomato per essere la ‘capitale’ in cui si possano osservare branchi di squali bianchi.

Il primato di questo luogo ci è immediatamente manifesto quando partiamo dal porticciolo e facciamo rotta verso il mare aperto. In un'acqua color piombo fuso, mentre l'alba tinge di rosa branchi di nuvole, arriviamo ad una serie di scogli sparsi nell'oceano, letteralmente gremiti di otarie.  Migliaia di mammiferi che si abbarbicano su queste rocce scure, perennemente battute dalle onde, e in tale quantità che sembrano formare un unico organismo brulicante. Si vedono madri che teneramente allattano i piccoli, maschi bellicosi che si affrontano per il dominio sulle femmine, cuccioli impauriti che cercano disperatamente le loro nutrici emettendo grida acute il cui suono ricorda il belare degli agnelli e i vagiti di neonati. È uno spettacolo stupendo e contemporaneamente terrificante come solo l'Africa sa offrire. Poiché questa grossa concentrazione di animali rappresenta anche un fornito self-service , gli squali pattugliano incessantemente le acque circostanti.

Noi siamo lì per loro.

                                                   

Assieme al nostro gruppo ci sono degli studiosi africani tra cui Michel Rutzen, uno dei pochi uomini al mondo ad essersi immerso con lo squalo bianco in acqua libera, senza protezione alcuna.

Pasturiamo. L'acqua comincia a tingersi di rosso per il sangue che versiamo e per i tranci di tonno e  di altre varietà di pesci che usiamo come esca.

Aspettiamo. Davanti alle nostre imbarcazioni lo scoglio con le otarie urlanti, battuto dalle onde, sembra un'isola del purgatorio stracolma di anime perdute… poi un grido… «là, là, una pinna!». Indirizzati dal cenno dell'avvistatore, osserviamo come ipnotizzati il triangolo perfetto che fende il mare senza fatica come una lama affilata. Tornano a mente, come flash, le immagini di film sull'argomento nei quali l'apparizione della pinna alzava la drammaticità della storia. Adesso è lì davanti a me, vedo bene la possente sagoma a siluro con le grandi pinne pettorali. Sfiora un lato della barca, per poi allontanarsi velocemente, si muove a scatti e sembra piuttosto guardingo e nervoso: è un esemplare giovane di circa tre metri di lunghezza. È indeciso sul da farsi, gira intorno all'esca, come per studiarla. Improvvisamente si slancia contro, ma l'esca gli viene repentinamente sottratta quasi sul bordo delle fauci spalancate. Lo squalo resta perplesso, ma ritorna immediatamente all'attacco. È ormai entrato nel nostro gioco.

Viene gettata in mare la gabbia. Le maglie d'acciaio che la compongono, adesso mi sembrano poco più di una rete di recinsione per polli, e il suo ingresso, l'imboccatura metallica e squadrata, appena affiorante dal piano dell'acqua è pronta per ingoiarmi.

Ci caliamo in tre (così se decidesse di attaccarci ha pure di che scegliere), abbiamo indossato tute stagne per proteggerci dal freddo, non abbiamo le bombole perché le bolle dei respiratori potrebbero spaventare gli squali e allontanarli. Stiamo attendendo il loro arrivo con la testa fuori dall'acqua… poi ci immergeremo in apnea. Siamo separati dal mare e da tutto ciò che contiene , soltanto da una sottile ringhiera di metallo, e lì nell'oscurità una delle più micidiali creature viventi ha probabilmente già captato l'odore degli uomini.

«Go down! Go down! Andate giù, sta arrivando!» ci urlano dalla barca.

Mi immergo dopo aver respirato più aria possibile. La visibilità è ridotta per la gran quantità di placton in sospensione che mi costringe ad aguzzare la vista per scorgere qualcosa. Si materializza un'ombra, un fantasma che si muove nella foschia liquida. Improvvisamente è davanti, vicinissimo, a solo qualche centimetro da me. La sua enorme bocca copre tutta la visuale. Posso vedergli la gola mentre i denti aguzzi come punte di lancia si chiudono a tagliola nel tentativo di afferrare la preda… se non fossi al riparo della gabbia… sarebbe l'ultima immagine della mia vita… è così vicino che gli potrei baciare la punta del muso.

La bestia si gira su se stessa e sfila di fronte al nostro metallico riparo: è enorme, forse lunga cinque metri, sembra un sottomarino più che un animale. L'occhio tondo e nero come una palla da biliardo comincia a roteare fissandoci. Sembra che lo squalo si chieda cosa siano quegli strani pesci inglobati dentro sbarre. Sfilando ci mostra tutta la sua potenza. Nei movimenti è fluido come se non avesse liquido intorno ma aria. Ha la pelle screziata di varie cicatrici, di segni di vecchie lotte. Al suo passaggio la coda a mezzaluna urta la gabbia che sussulta e ondeggia pericolosamente; non possiamo mantenere l'equilibrio afferrandoci ai montanti metallici, perché le mani sarebbero esposte offrendosi facile preda della morsa repentina e vorace dello squalo.

L'aria intrappolata nei miei polmoni chiede di uscire: devo riemergere e respirare. Vedo di nuovo la pinna triangolare dirigersi verso di noi fendendo velocemente il mare.

Sono di nuovo sotto: eccolo… arriva. È la stessa sensazione di vedersi arrivare addosso un treno a tutta forza, un treno con la bocca piena di denti affilati come rasoi. Quando spalanca le fauci è come se ti si spalancasse davanti la porta dell'inferno, il maestrom, il gorgo spaventoso: varie file di denti paiono quasi erompere dalla bocca dell'animale che si chiude  con la forza di una pressa idraulica. Non è difficile credere che possa tranciare di netto una gamba. Davanti a me ho una delle più spaventose dimostrazioni di forza che dà la natura. Mimando una danza ossessiva la bestia si allontana leggermente descrivendo un semicerchio, quindi si rigira su se stessa con l'agilità di un gattino che cerchi di acchiapparsi la coda, ripunta verso la gabbia scartandola all'ultimo istante preferendo l'esca che galleggia vicino. Questa volta lo squalo è più veloce degli uomini che non riescono a sottrargliela; l'addenta e ,con brusche scosse laterali della testa, come fosse un toro infuriato, facilmente ne stacca un grosso pezzo.

Ora è soddisfatto e si allontana nel blu.

Ci alterniamo ad entrare nella gabbia, eccitati da questi incontri ravvicinati. Nell'arco della giornata si avvicineranno un'altra decina di squali sollecitati dal richiamo delle esche gettate dalla barche: giovani esemplari, più piccoli, ma più arrabbiati e scattosi; femmine lente e imperiose, vere e proprie sovrane degli abissi per la loro grossa stazza.

A sera stanchi, bagnati, puzzolenti di pesce, ma felici e soddisfatti, torniamo alla base e, dopo esserci lavati e riposati, seguiamo le interessanti lezioni dei biologi e confrontiamo le impressioni individuali.

Le giornate si susseguono in questo mare ai confini del mondo, sotto un cielo plumbeo e furioso, carico di nuvole, che raramente si schiude in sorrisi di sereno. Davanti a questi scogli battuti dal vento e traboccanti di vita animale.

Sperimentiamo anche il jumping, un comportamento predatorio particolare degli squali sudafricani i quali acchiappano le prede saltando fuori dall'acqua. Trasciniamo, avanti e indietro, una sagoma a forma di foca lungo la shark alley, il tratto di mare prospiciente gli scogli. Improvvisamente uno dei bestioni, con un perfetto guizzo carpiato, esce dall'acqua e l'afferra. Ci viene offerto un'ulteriore dimostrazione di forza e di eleganza: lo squalo, spinto da potenti colpi di coda si libra in aria colpendo con violenza la sagoma, gira su se stesso e si inabissa con la preda tra i denti. È così veloce ed aggraziato da non avvertire il peso dei suoi vari quintali: sembra un'emanazione del mare, un suo prolungamento, un'onda assassina.

In un drammatico gioco a rimpiattino, gli squali aspettano, mimetizzati nell'oscurità del fondo sabbioso, le foche più temerarie (o più stupide), che si allontanano dagli scogli per afferrare il pesce tra i branchi più abbondanti. E, come micidiali siluri ,colpiscono inesorabilmente il loro bersaglio, riaffermando ancora una volta la loro supremazia al vertice della catena alimentare.

Le nostre giornate trascorrono nel lavoro di avvistamento e di classificazione tramite le differenze individuali della pinna dorsale di questi voraci animali marini (procedendo con lo stesso metodo con cui si definisce la connotazione dei delfini). In alcuni casi si procede a marchiare con dei radiotrasmettitori alcuni soggetti in modo da seguirne gli spostamenti per poter stabilirne una certa consuetudine comportamentale. Sorprendentemente è stata rilevata una frequenza giornaliera nel rapporto istauratosi tra noi e alcuni esemplari, tanto da venire aggettivati con nomignoli di riconoscimento: ‘Elvis’, un grosso maschio che in prossimità delle imbarcazioni si erge con il muso fuori dall'acqua ad assaporare l'aria; ‘Stoney’, la ‘grulla’, che si ostina ad ignorare l'esca preferendo concentrarsi a mordicchiare la gabbia (forse per raggiungere ciò che questa contiene).

Alla conclusione della spedizione si profila una nuova immagine dello squalo: non è l'ottuso e implacabile assassino che tanta filmografia di genere ha presentato, ma un animale schivo e guardingo, efficientissimo nel compito assegnatogli dalla natura e che lui esegue con onore da millenni: cacciare. Tale comportamento riflessivo e circospetto è evidenziato dall'esperimento di Michel Rutzen, il quale immersosi in acqua libera, sospeso nel blu in attesa che lo squalo si avvicini fino a sfiorargli le pinne, lo affronta con una mimica carpita ad alcuni pesci. Si ‘gonfia’ allargando le braccia e ‘abbaia’ contro l'animale, il quale, sconcertato, lo annusa e pigramente inverte la sua rotta predatrice. È una dimostrazione a cui assisti con il fiato sospeso… che fino adesso si è sempre risolta senza danni… almeno fino a quando lo squalo non scoprirà l'inganno.

Jacopo Corso Cresti