ENRICO MALANIMA

VIAGGIO STUDIO 2003

 

Tutto è cominciato più o meno nell’autunno del 2002. Mi trovavo di fronte a un computer a navigare su internet quando mi imbattei nel sito dell’acquarioargentario.

Essendo un subacqueo, appassionato di mare e affascinato dagli squali,  approfondii  subito l’informazione notando nelle home page che  l’acquarioargentario organizzava una spedizione studio in Sudafrica, sulle orme dei grandi squali bianchi, guidata dal biologo marino Primo Micarelli e aperta a dieci appassionati.

La cosa mi parve subito allettante e quindi scaricai  il modulo di adesione, convinto, comunque, che le possibilità di partecipare sarebbero state  basse, visto l’esiguo numero di posti disponibili.

Riempii  il modulo e lo inviai. Poche settimane dopo ricevetti una telefonata dal dott. Primo Micarelli,  direttore dell’acquario, il quale mi comunicò che c’era un posto disponibile. Rimasi letteralmente incredulo, mi sarei immerso in gabbia e avrei avuto la possibilità di vedere il leggendario, grande squalo bianco.Accettai  ed  da lì è cominciata la lunga attesa fino al 7 aprile 2003, giorno della partenza.

La settimana prima della partenza ci incontrammo  per un  briefing e fu allora che conobbi tutta la  “Squadra”.

Il 7 pomeriggio ci siamo trovati tutti a Fiumicino, per imbarcarci sul volo Lufthansa diretto a Monaco/Johannesburg /Città del Capo. Siamo arrivati il pomeriggio del giorno successivo e un pulmino ci attendeva per trasportarci a Gansbaay, che dista da Città del Capo circa 200 km .

Durante il tragitto ci siamo anche goduti un incantevole paesaggio, infatti la costa Sudafricana è bellissima, anche Gansbaay è carina, sembra un pezzetto d’Inghilterra ritagliata e incollata su di una costa meravigliosa. E’ un paesino di circa 4000 anime, tutte casette basse e con giardino.

Gansbaay deve la sua fortuna allo squalo bianco, le sue attività principali sono la pesca, la lavorazione del pesce e il turismo; infatti da quando è stata vietata la pesca sportiva, specifica allo squalo bianco, questa cittadina ha scoperto che la salvaguardia di quest’ultimo poteva conciliarsi con la propria economia, in quanto tanti turisti e ricercatori arrivano qui per fotografare e studiare questi meravigliosi animali.

Dopo esserci sistemati al Saxon Lodge , un meraviglioso guest house con vista sul mare, abbiamo conosciuto Michael Scholl, un biologo marino svizzero, che studia da anni le popolazioni di squali bianchi che vivono in queste zone.

                            

Michael Scholl insieme a Jenna Cains ( biologa marina scozzese) e a Michael Rutzen ( esperto di squali ) formano la squadra che ci ha parlato di questi animali, nelle conferenze serali dopo le immersioni, e che  ci ha condotto a stretto contatto con loro, nelle uscite in barca giornaliere.

Ogni mattina alle 09.30 partivamo per Kleinbaai, il porticciolo che distava 4,5 km dal guesthouse , qui ci attendevano le imbarcazioni (cabinati di 8 mtr. circa muniti di 2 potenti motori fuoribordo) fornite di gabbie, le quali hanno  forma cilindrica, altezza di circa 3.mt e un diametro intorno ad 1 mt.. possono contenere, quindi, una sola persona, il materiale che le forma è acciaio anodizzato,  molto resistente. Arrivati sul luogo di immersione le gabbie venivano rovesciate in acqua e fissate saldamente ad un lato della imbarcazione.

La respirazione dell’operatore in gabbia è assicurata da una bombola sulla imbarcazione e da una lunga frusta che porta il secondo stadio dell’erogatore direttamente dentro la gabbia.

Comunque spesso si preferisce scendere in apnea per non disturbare con le bolle gli squali appena arrivati.

Il gruppo veniva smistato su due imbarcazioni, contenenti una gabbia ciascuna e un equipaggio formato da un pilota e due addetti agli squali.

Il tragitto da Kleinbaai  a Dyer Island dura, circa, venti minuti e la distanza è di sette miglia.

Le condizioni meteo marine di questa zona sono molto instabili. Questo fenomeno e’ forse dovuto anche al fatto che qui si incontra la corrente fredda dell’atlantico con quella calda dell’oceano indiano.

Il mare, ricchissimo di kelp (un incredibile alga tubolare lunga fino a 8 mtr con foglie lunghe e piatte che si ergono sulla superfice del mare) e’ quasi sempre mosso e ha una temperatura intorno ai 10° C centigradi.

Dyer island era la meta che dovevamo raggiungere ogni mattina. Quest’isola ha una scogliera popolata da circa ventimila leoni marini, i quali sono la fonte primaria di alimentazione degli squali bianchi. Ancoravamo in prossimità di quest’isola (su di un fondale di 8/10 mtr.) calavamo le gabbie e cominciavamo le operazioni di pasturazione (chumming). Questa operazione serve a far salire lentamente gli squali dal fondo alla superfice usando esche specifiche e appropriate. La pastura è formata da: olio di fegato di merluzzo, fegato di squalo bentonico e le esche sono  composte da pesce vario e da teste di tonno. Spesso  viene  lanciata in mare anche un’otaria di plastica per attirare gli squali che arrivavano dal fondo. La scia di sangue e l’odore pregnante non tarda a dare i suoi risultati, infatti dopo circa mezz’ora, mediamente, gli squali cominciano ad arrivare e lo spettacolo inizia.

La tecnica che usano i ricercatori e gli addetti alla pasturazione è quella di far arrivare lo squalo fino all’esca per poi toglierla velocemente.

Non tanto per esasperare l’animale, quanto per incuriosirlo e per farlo tornare piu’ volte.

Non ci immergevamo subito ma aspettavamo che gli squali prendessero     confidenza con noi e con questa nuova situazione. A quel punto iniziavamo ad entrare a turno nelle gabbie e posso assicurarvi che lo spettacolo è incredibile. Lo squalo bianco è grande, possente, elegante, inquietante, meraviglioso. Si avvicina all’esca l’assaggia, la evita passa in prossimità della gabbia, ruota su se stesso e si inabissa poi torna, come se  fosse incuriosito,  attratto da quella “nuova” situazione. 

Di fronte a questo spettacolo l’entusiasmo sulle imbarcazioni era palpabile e fotografie e riprese si sono sprecate sia in gabbia che fuori dall’acqua , siamo anche riusciti a notare ed dunque a capire  una differenza di comportamento tra gli squali maschi e le femmine; i maschi solitamente più piccoli , mediamente 3 mt., sono molto più aggressivi e tendono ad attaccare direttamente l’esca con furia. Io stesso ho potuto osservare dalla gabbia come un maschio (riconoscibile dagli pterigopodi, i due organi sessuali maschili in mezzo alle pinne pelviche)  di circa 3,5 mt. si è avventato sull’esca sbattendo il muso sulla gabbia, ho anche avuto la possibilità di toccarlo accanto alla pinna dorsale. Le femmine invece,molto più grosse fino a cinque mt, sono meno aggressive e più circospette, tendono a girare intorno all’imbarcazione. più volte, come se volessero osservarne gli occupanti dopodiché lentamente se ne vanno.

Abbiamo anche osservato qualche esemplare attaccare le eliche dei motori fuoribordo delle imbarcazioni, forse attratti dai campi elettromagnetici prodotti dai motori stessi.

 Nel complesso abbiamo visto che questi squali se pur aggressivi lo sono meno di altre popolazioni di squali bianchi conosciuti. E’ probabile, ma non certo, che  il loro comportamento sia  viziato dal habitat nel quale vivono.

In questa zona è, infatti, presente una ricca colonia stanziale di leoni marini, che è  diventata , nel corso degli anni, una fonte di approvvigionamento alimentare certo e abbondante per lo squalo bianco di Dyer Island.

In sei giorni di esplorazione siamo riusciti a osservare circa una trentina di squali bianchi diversi, e questo ci fa ben capire come queste zone siano ricche di questi animali, specialmente nel mese di aprile ( inizio dell’inverno sudafricano) che probabilmente coincide con un particolare momento di abbondanza di prede.

Per tutte queste ragioni, questa zona del Sudafrica  è da  rispettare e da studiare attentamente per capire e proteggere questo meraviglioso animale come più volte è stato sottolineato anche nelle conferenze serali tenute da Micael Scholl, Jenna Cains, Micael Runtzen.

Particolarmente interessante, a mio avviso, la conferenza di quest’ultimo, il quale, in qualità di allievo di Andrè Hartman (uno dei primi a immergersi senza gabbia con gli squali bianchi  e a studiarne il comportamento), ci ha fornito delle informazioni del tutto particolari.

Runtzen, durante le  numerose immersioni in libero con gli squali bianchi, ha osservato svariati comportamenti di quest’ animale  e ha di conseguenza formulato ipotesi suggestive, alcune delle quali non condivise da altri esperti.

Egli sostiene che non bisogna mai immergersi con meno di otto metri di visibilità, in quanto gli squali bianchi sfruttano la poca visibilità per non essere visti dalle prede e per poterle, così,  attaccare con più facilità.

Essi hanno un particolare codice di comportamento che è necessario saper interpretare, e che varia a seconda delle condizioni ambientali e a seconda del tipo di atteggiamento di chi sta loro di fronte.

Questi sono alcuni dei segnali da tenere in considerazione qual’ora  si decida di fare un’immersione in libero con lo squalo bianco:

1-     I denti superiori. Più li mette in mostra più è aggressivo. Se non si vedano può darsi che lo squalo sia semplicemente in perlustrazione.

2-     Contrazioni muscolari sul fianco, in prossimità della coda. Ciò significa che la preda sarà probabilmente attaccata. Esse vengono mostrate, esclusivamente., alla preda da attaccare.

 Secondo le sue teorie gli squali bianchi possono diventare aggressivi per qualsiasi motivo:

a-      Perché lo guardi

b-     Perché ti dirigi verso di lui

c-      Perchè sei nel suo territorio 

Il modo migliore per proteggersi è di stare immobili, non fuggire e non voltargli le spalle, cercando il più possibile di rimanere alla sua quota, poiché nel   momento in cui gli si sta sopra siamo potenziali “prede” e nel momento in cui gli siamo sotto siamo, al contrario,  dei potenziali aggressori .

Si deve cercare di stabilire un rapporto con lo squalo, in modo da fargli capire che non si  ha paura, ma che non lo si  aggredisce, in quanto possediamo il “nostro” spazio e lui il “suo”, in buona sostanza si  deve diventare uno “specchio” dei suoi comportamenti.

 Teniamo a sottolineare che le teorie appena enunciate hanno uno scopo puramente divulgativo e non devono, di conseguenza, indurre persone non esperte a intraprendere una pratica così pericolosa.

Abbiamo inoltre presenziato, durante quei giorni, a operazioni di marcatura degli squali bianchi, ad opera di Michael Scholl e di un gruppo di ricercatori da lui coadiuvati; tali operazioni venivano effettuate fissando, tramite un’asta,  una placchetta metallica,  sulla coriacea pelle dello squalo, allo scopo di censire la popolazione.

Negli ultimi giorni di osservazione abbiamo tentato anche di far sollevare la testa fuori dall’acqua agli squali. La tecnica che veniva usata era quella di far avvicinare il piu’ possibile l’animale alla piccola piattaforma a poppa della imbarcazione dove c’era l’esperto addetto a questa operazione. Poi velocemente l’esca veniva tolta e l’operatore tentava di afferrare dolcemente il muso dello squalo sollevandolo verso l’alto. Quando questa operazione riesce lo squalo rimane come disorientato in questa posizione verticale, e a volte puo’ rovesciarsi a pancia in su e nuotare cosi’ per un breve tratto sbattendo le pinne e mordendo l’aria per poi voltarsi di nuovo e andar via tranquillamente.

Questo comportamento (osservato in passato anche da Cousteau) viene definito RAG “repetitive aerial gaping”.

Anche questa operazione deve essere condotta da esperti perche’ il momento in cui l’esca viene tolta e viene messa la mano e’ abbastanza pericoloso. Lo squalo sa di essere vicinissimo alla preda, ma non la vede (proprio perche’ e’ troppo vicina al muso), e puo’ avere delle brucianti accelerazioni seguite dal morso. In particolare gli ultimi 50 cm sono pericolosi e bisogna avere riflessi prontissimi. Ci e’ stato spiegato tra l’altro che piu’ lo squalo e’ piccolo piu’ questa operazione e’ pericolosa, per il motivo che in uno squalo piccolo e’ minore la distanza tra la punta del muso e la bocca. In tutta sincerita’ devo dire che queste operazioni ci sono riuscite solo parzialmente (questi meravigliosi animali non sempre hanno voglia di collaborare), comunque ci hanno permesso di effettuare delle buone fotografie.

Avremmo dovuto provare anche a farli saltare fuori dall’acqua (breaching), con la tecnica della falsa “otaria” trascinata dalla imbarcazione, (senza pasturare proprio per farli arrivare velocemente dal fondo), ma le condizioni meteomarine non erano ottimali e abbiamo dovuto rinunciare. Peccato perche’ sarebbe stata una cosa davvero spettacolare che esalta ancor di piu’ la potenza di questi animali.

 In conclusione possiamo dire che l’esperienza appena vissuta  è stata molto interessante sia dal punto di vista turistico ricreativo ma anche, e soprattutto, da quello scientifico divulgativo, in quanto la conoscenza di questi animali è uno degli elementi indispensabili per la loro salvaguardia.

Inoltre voglio aggiungere che mi sono trovato benissimo con tutti i componenti del gruppo. Tutti ragazzi simpatici e appassionati di mare.

ENRICO MALANIMA